La tragedia del Vajont: una nota per non dimenticare

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9 ottobre 2017 ore 22 e 53 minuti: a 54 anni dai tragici eventi che cambiarono per sempre quei luoghi al confine tra Veneto e Friuli, ricordiamo la tragedia del Vajont. Perché certe sciagure non devono essere dimenticate, perché certe sciagure devono rimanere nel ricordo di tutti, con un pensiero e una certezza: la natura va rispettata, sempre! Insieme alla vita!
photo credit: [auro] via photopin cc

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Erano le 22 e 53 minuti  del 9 ottobre 1963: di lì a poco morirono 1910 persone.

Gente di montagna al confine tra Veneto e Friuli.
Gente abituata a lavorare duramente e a faticare, giorno dopo giorno, per la sopravvivenza quotidiana.
Gente che aveva detto che se quel monte si chiama “TOC” è perché quel monte è “sfatto” e quella zona viene giù a “tocchi”, è perché nelle rocce c’è qualcosa di “marcio”, di “zuppo”… E non erano solo gli abitanti della zona a sostenerlo… nel 1959, ad esempio, una relazione geologica aveva evidenziato l’esistenza sotto il monte TOC di una enorme massa in movimento… note di un disastro annunciato…

Circa due anni prima, nonostante tutto, nonostante più di un dubbio sollevato da alcuni studi, ben presto contraddetti e superati da altri, era entrata in funzione la diga: un’opera d’ingegneria moderna vanto dell’Italia intera; un’opera necessaria per produrre l’energia elettrica appena nazionalizzata, vanto dell’Italia che si avviava verso il suo primo boom economico.
L’11 aprile di quell’anno maledetto, l’opera era stata messa a regime per il collaudo e il livello dell’invaso aveva raggiunto e superato quota 710 metri sul livello del mare. Quell’opera ha un nome: diga del Vajont; l’uomo che l’ha progettata, l’ing. Carlo Semenza della SADE, morì senza vederla in funzione.

Erano le 22 e 53 minuti del 9 ottobre 1963 quando una frana di roccia di circa due chilometri quadrati di superficie e 260 milioni di metri cubi di volume si staccò dalle pendici del monte TOC per cadere nell’invaso del Vajont.

50 milioni di metri cubi di materiale solido e liquido che si innalzarono, ergendosi con la loro potenza esplosiva e mortale.
Circa la metà di quella massa d’acqua scavalcò la diga, per abbattersi nella valle sottostante e distruggere ben 7 paesi: Longarone, Pirago, Maè, Rivalta, Villanova, Faè, Codissago, Castellavazzo.
L’altra metà si diresse verso l’alto e spazzò via tante vite dalle frazioni di Erto e Casso, da tante case e borghi sparsi di quelle montagne friulane.

Qualcuno ha giustamente detto che dopo quell’evento la geografia dei luoghi, già sconvolta dalla realizzazione della diga, cambiò per sempre.

Nessuno volle dare voce a quella gente che sapeva perché quel monte si chiamava “TOC” se non una giornalista, Tina Merlin, che prestò la sua penna a quel pugno di contadini e montanari rimanendo essa stessa inascoltata: l’annuncio di una tragedia mai creduta fino in fondo, fino all’epilogo mortale.
Una giornalista che per quella sua determinazione, per l’ostinazione a voler salvare quel mondo, quelle povere case e quel pugno di persone, fu denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” e processata, ma, alla fine,  assolta dal Tribunale di Milano (almeno questo, quale esile tributo alle vittime di quell’immane tragedia).

Erano le 22 e 53 minuti  del 9 ottobre 1963 e morirono 1910 persone

Dal boato alla morte passarono pochi minuti,  fuori era buio e l’onda travolse tutto, da una parte Longarone e gli altri 6 paesi in provincia di Belluno, dall’altra Erto e Casso (in parte già evacuati per una frana precedente), tante case e borghi sparsi oggi in provincia di Pordenone.

Dopo, non ci fu altro se non rabbia, pianto e dolore.
L’acqua spazzò via tutto.

Spazzò via uomini, donne, vecchi e bambini, spazzò via le loro case, spazzò via quei bar di paese dove un telecronista stava raccontando una partita d’altri tempi, Real Madrid vs. Glasgow Rangers.
Le cronache ci narrano di una massa d’acqua che si abbatté sulle case, anticipata da un vento sempre più intenso, sempre più umido, da un crescendo di rumori che lasciò agli abitanti di Longarone la consapevolezza amara che la tragedia si stava compiendo, senza più speranza di salvezza, senza più alcuna possibilità di sfuggire a quella morte annunciata, ma forse, anch’essa, mai creduta fino in fondo.
Eppure, qualche ora prima lo stesso Alberico Biadene, direttore costruzioni della Sade, la ditta del disastro, che quell’opera aveva sempre difeso, si accorse che qualcosa di drammatico sarebbe presto accaduto e forse egli stesso provò qualcosa di simile alla paura e provò anche a convincere se stesso e chi comandava a intervenire prima che fosse troppo tardi, a evacuare quei paesi che meno di 24 ore dopo sarebbero stati spazzati via per sempre. Ma ancora una volta chi decise, non scelse la vita.
Alla fine una sola cosa rimase quasi indenne in quei luoghi al confine tra Veneto e Friuli, testimone, ancora oggi, di quel dramma tutto italiano: la diga, prima realizzata, poi messa in esercizio, infine collaudata sino alla quota maledetta, superando i 700 m stimati di sicurezza.
I giornalisti di allora ebbero difficoltà a capire e a raccontare nell’immediatezza dell’evento quell’immane tragedia, a descrivere il luogo ove si era compiuta.
Quando i primi soccorritori arrivarono, c’era ben poco da salvare: erano morti quasi tutti e ovunque vi era solo distruzione; ovunque, vi era soltanto l’odore acre della morte, della rabbia e del dolore.

Con immutata angoscia, continuiamo a ricordare l’arroganza e il cinismo di chi ha voluto dapprima realizzare in quel luogo un’opera grandiosa, infine ha voluto metterla in esercizio nonostante tutto, nonostante quel pugno di contadini e montanari, nonostante la voce di quella giornalista determinata, nonostante i tanti problemi, le frane già avvenute, i mille avvertimenti e il monte TOC.

Vogliamo ricordare ancora una volta i 1910 esseri umani, uomini e donne, vecchi e bambini, che perirono in quel disastro annunciato e mai creduto: fino alla fine, fino all’epilogo mortale.
Con loro vogliamo ricordare anche i 10 caduti sul lavoro, morti durante gli anni di costruzione della diga.
Vogliamo ricordare tutto questo perché tragedie come quelle del Vajont devono farci capire che la natura va rispettata: sempre, insieme alla vita!

La prima edizione di questo post l’abbiamo pubblicata il 9 ottobre 2013, in occasione del 50° anniversario della tragedia del Vajont. Oggi, lo abbiamo rivisto e riproposto… E non ci stancheremo mai di pubblicarlo e pubblicarlo e pubblicarlo… per non dimenticare!