Trevi, San Lorenzo

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Cannaiola  sorge al centro della pianura trevana lungo la strada che, incrociando quasi perpendicolarmente via Nuova (l’attuale S.P. n. 447) volge a meridione, verso Picciche ed il territorio di Castel Ritaldi, prendendo il nome di via S.Angelo Nuovo.
A nord, la via corre verso la campagna, segnandovi il confine amministrativo con il Comune di Montefalco e prendendo il nome di via Paduli, un toponimo che ci ricorda un passato di paludi e di malaria.

San Lorenzo fu uno dei castelli di confine tra il comune di Spoleto e quello di Trevi. Il Piccolpasso lo descrive a pianta rettangolare, con mura alte e merlate e tre bastioni agli angoli, con l’eccezione di quello in direzione di Trevi; una porta con ponte levatoio rivolta ad occidente ed un fossato che circonda il castello. Racconta, inoltre, che le acque del fosso sono ricche di pesci e che la campagna, abitata da quaranta famiglie, è in gran parte il risultato di importanti lavori di bonifica, con l’incanalamento dei vari corsi d’acqua, l’Alveo su tutti, un tempo liberamente divaganti nella piana. Ricorda, infine, che, in periodo di pace, rimaneva un solo uomo a presidio del castello. La storia ci rammenta che nel 1353 San Lorenzo fu invasa dalla funesta compagnia di fra’ Moriale.

Narriamo, in breve, chi fu questo avverso personaggio vissuto nel XIV secolo. Priore dell’Ordine degli Ospedalieri di San Giovanni (o Gioanniti), nell’anno ricordato si pose a capo delle truppe licenziate in Italia dal re d’Ungheria. Con i suoi accoliti arrivò in Umbria da Colfiorito, riversandosi nel territorio di Foligno, allora retto da Trincia VII, della famiglia dei Trinci. Per la benevola accoglienza riservatagli da questo casato, Moriale non arrecò alcun danno nel folignate, mentre saccheggiò e depredò con ferocia i territori di Montefalco e Trevi. In seguito, proseguì la sua luttuosa attività in Toscana. Tornato a Perugia tra gli onori, ripartì alla volta di Roma per raggiungere i suoi fratelli. Fu ucciso con questi su ordine di Cola di Rienzo, al quale i fratelli stessi avevano concesso un prestito di mille fiorini d’oro in cambio di onori e ricchezze. Mille fiorini d’oro, che erano solo una piccola parte dei 150.000 provenienti dalla vendita delle truppe di fra’ Moriale al conte Lutz von Landau (conte Lando), capitano di ventura al soldo dei Veneziani. Sotto il vicariato del conte Lando, queste truppe, passate tristemente alla storia con l’appellativo di ‘Grande Compagnia’, continuarono per lungo tempo a seminare devastazioni e morte nella nostra regione.

Tornando alla storia di San Lorenzo, ricordiamo che all’inizio del secolo successivo questo castello fu assoggettato ai Trinci.

All’interno delle mura vi era la chiesa dedicata al santo Patrono, edificata nel 1350 e dal 1571 dipendenza del plebato di Castel Ritaldi, con un proprio parroco ed un reddito di 17 libre. Successivamente e fino al 1824, la frazione di San Lorenzo fu alle dipendenze del Terziere di Cannaiola, comunità appodiata a Trevi.

Durastante Natalucci nella Historia…….di Trevi così lo descrive: “Ed in ogni parte coltivato, ripieno di viti ed altri frutti, e salvo ancora dalle acque più che qualunque altra porzione del piano, fuorché nelle inondazioni del’Alveo che gli passa quasi nel mezo. Avendo l’abitazioni, a riserva d’alcune commode, per il più umili e tutte non lungi al castello, eccettuatene certe di qua dal medesimo Alveo…” Ed ancora: “Sendoci stato construtto il castello – che prima dicevasi la Bastia – … <ed il Comune diede 50 libre di denari> per finire la torre incominciatavi, che esiste presso la sua porta; senza però constare in qual tempo lo alzassero con le presenti muraglie, tre torroni alle cantonate ed il ponte levatoro per raguardo del ingresso sopra al circuito delle acque; avendo l’antiporta nella piazza fattale, con le lapidi della communità e ne’ passati tempi varie armi che ancora in parte esistono; con le palle per le petriere. Mentre vicino non li si poteva seminare il grano ed il sorco che per distanza di piedi 40, e la canapa che lontano piedi 100…; e non li si potevano fabricar le case d’appresso. Se bene l’abitazioni, che nel di dentro l’esistevano, adesso sono quasi tutte dirute e ridotte pastici di piante; eccettuatane la chiesa dedicata a S.Lorenzo, la quale al tempo di Alexandro 3 possedevasi dal Monastero di Bovara. Del 1501 fu preteso si unisse alla Chiesa di S.Maria di Spoleto ed il Commune ne fece l’ostacolo. Ed ultimamente fu ristorata dal Capitolo di S.Gregorio di lei padrone, con l’industria del sig. don Pietro Paulo Bonilli suo presente parocho, che, per oggetto di avervi ancora la sacristia con la sussistenza del grande campanile, fatto ad uso di torre sopra le sue muraglie che precipitavano, rifacendo il muro sotto del’arco, la ridusse, abbenché minore, in stato decente e più proporzionato.…”

Dell’antico castello oggi non rimane che una torre quadrata e un pezzo di mura.

Della chiesa originaria, la sola torre campanaria. L’antico edificio in stile romanico, ricco di affreschi del pittore spoletino Jacopo Zampolini (1488), fatti eseguire da Mariano Stocchi, fu, infatti, distrutto dal sisma del 1604. Ancora una volta possiamo annotare che nei muri più recenti sono inseriti pezzi di antiche vestigia, che ci richiamano alla memoria la storia millenaria della nostra pianura. Sul sagrato della chiesa, in un muretto di recente fattura, sono inglobate quattro vecchie pietre calcaree, chiaramente di origine romana, che fino a pochi anni or sono erano semplicemente appoggiate sul cortile antistante l’edificio religioso.

La chiesa attuale, inizialmente dedicata a Santa Maria e in seguito intitolata a San Lorenzo, è un edificio costruito, nel 1641, all’esterno della cinta muraria medioevale dalla Compagnia del SS.mo Sacramento ed arricchito, nel 1727, delle reliquie del Santo titolare. La facciata, ispirata all’arte greca, ha un portale in marmo bianco, formato da due lesene sovrastate da un elegante timpano: “la quale ha la bella porta principale di pietre lavorate; con l’adorno altar maggiore, stato dotato in divozione della Madonna…”. La navata della chiesa ha volta policroma a botte, con otto cappellette laterali alle quali si può accedere tramite arcate a tutto sesto. Di queste, quattro presentano altari barocchi sovrastati da pale del diciassettesimo secolo (la prima, a sinistra, in particolare, è datata 1666) nella quinta, in alto è posta una statua del santo titolare, le altre hanno perso la loro funzione originaria, divenendo semplici vani di accesso. L’abside è ricca di fregi ed ornamenti in stile tardo-barocco, con predominanza dei colori verde-azzurro. Sul cornicione che delimita il muro absidale si collocano due statue, rispettivamente di san Giuseppe da Leonessa e sant’Agata, convergenti verso un medaglione raffigurante Dio benedicente. L’altare maggiore è al centro del presbiterio, ai suoi lati si trovano due candelabri in legno massiccio, riccamente dorato, considerati veri capolavori dell’arte lignea del barocco umbro. Dietro la facciata, infine, fa bella mostra di sé un organo ottocentesco della fabbrica Morettini.

Nell’abitato di San Lorenzo, in una nicchia ricavata nei muri di un’abitazione – casa Bonilli – segnaliamo un’antica edicola che potrebbe risalire al tardo quattrocento, ma con chiari interventi posteriori, settecenteschi.

In questa frazione, a sud sud est dell’abitato, lungo una strada secondaria che conduce a Piè di Beroide, in territorio spoletino, troviamo la chiesa di Sant’Anna, la santa protettrice delle partorienti. La tradizione ricorda questo luogo di culto come particolarmente frequentato dalle coppie senza figli. Queste si recavano presso l’edificio a pregare per l’arrivo del sospirato erede. Si nascondevano, quindi, tra le canne e le canape, dove trovavano un luogo di suggestione intimo e propiziatorio, con un incanto certo maggiore di una casa piccola e magari sovraffollata. Nella chiesa si recavano anche le puerpere che non riuscivano ad avere latte sufficiente per sfamare il proprio bambino. In questo caso per assicurarsi la discesa del latte, appoggiavano la mammella su una forma di gesso riproducente un fiore (rosa o margherita), attualmente inserita nella parete di destra dell’edificio. Le neo-mamme che, viceversa, avevano abbondanza di latte, usavano comunque recarsi nella chiesa di Sant’Anna per versare alcune gocce del bianco liquido materno sul pavimento, nella speranza che tale atto fosse propiziatorio per le donne meno fortunate. Simbolismo antico, retaggio di un passato in cui i bambini erano una benedizione per l’intera comunità e ogni evento importante, primo fra tutti la maternità, era vissuto collettivamente. Ma anche percorso, tra il religioso ed il pagano, per allontanare da se stesse il potere malefico (il malocchio, le malie) che si supponeva potesse venire da donne sterili, o in ogni modo meno fortunate in fatto di prole, e per questo, forse, invidiose di quelle feconde.

Rimanendo nel campo delle tradizioni, ricordiamo un proverbio antico: se piove per Sant’Anna, l’acqua diventa manna, attuale soprattutto per chi vive dei frutti della campagna, che da sempre teme la prolungata arsura del periodo estivo. Scavando tra i ricordi troviamo che il giorno di Sant’Anna era l’unica giornata del periodo della trebbiatura – durante il quale il duro lavoro nei campi si svolgeva quasi ininterrottamente dalle prime ore del mattino fin dopo il tramonto, prolungandosi spesso sino a notte inoltrata – dedicata al riposo; era anche l’unica occasione di quel periodo in cui gli addetti alla mietitrebbia – “li machinisti” – si lavavano a fondo. La polvere e il sudore, che in poco tempo s’impastavano sulla pelle degli operai, erano infatti il rimedio più efficace per difenderli da fastidiose irritazioni dermatologiche.

Ancora una volta apriamo l’opera Historia … di Trevi di Durastante Natalucci e leggiamo: “… la chiesa di S.Anna, non lungi al alveo, volgarmente cognominata S.Enna e S.Avenna, … dalle donne [che] vi concorrono, anche da lontani luoghi, o per avere il latte o per sfuggire il male nelle mammelle, raccomandandosi alla santa, anzi spargendo il latte dalla zinna nella pietra contigua al altare dove è scolpita la rosa – nonostante le replicate proibizioni de’ vescovi – per essere loro grande la speranza di conseguirne la grazia ed averne sempre l’intento.”

In un percorso mistico-propiziatorio, potremmo unire la visita della chiesa di Sant’Anna a quella di S. Maria Pietrarossa, con l’adiacente pozzo di San Giovanni, per ricordare come a queste Sante donne abbiano sempre fatto appello le comuni mortali in difficoltà, riconoscendole come divinità taumaturgiche in un contesto sociale-sanitario in cui il ricorso al mondo magico-religioso era forse l’ultima, se non l’unica, speranza di guarigione e salvezza.

Da Sant’Anna possiamo anche andare a scoprire i ruderi di un’antica chiesetta, ormai completamente sepolta da olmi ed altra vegetazione infestante.

Torniamo sulla strada per San Lorenzo, raggiungiamo Castel San Giovanni e, attraversato l’Alveo, prendiamo la prima via a sinistra. Poco prima di raggiungere Podere Morella, a mancina notiamo tra i campi la sagoma incerta della chiesetta di San Sebastiano, nascosta da alberi ed arbusti: “E la chiesa di S.Sebastiano, circa aj confini di Beroide, ora derelitta e senza la porta; con i beni stimati il 1577 libre 11.” Anche oggi, superato il fitto velo della vegetazione, possiamo notare che di questa pieve restano solo pochi tratti degli antichi muri.

Percorrendo la strada che dalla Faustana conduce a San Lorenzo, incontriamo un’altra chiesetta isolata, che richiama alla memoria frammenti della nostra storia millenaria. Si tratta di Sant’Apollinare, un piccolo edificio di culto in stile romanico, ad unica navata ed abside semicircolare, coperto da un semplice tetto a capanna.

All’interno due arconi a tutto sesto ne sorreggono la travatura, mentre nell’abside rimane l’unico affresco della chiesa, peraltro molto deteriorato, raffigurante il santo titolare.

Nei documenti più antichi è citata come Sant’Apollinare di Porcaria, dal vecchio toponimo della località su cui sorge e che solo successivamente prese il nome dal castello di San Lorenzo. Nel XVIII secolo la zona era, infatti, conosciuta come vocabolo Sant’Apollinare.

La particolarità più interessante di Sant’Apollinare è la sua ubicazione, probabilmente posta all’incrocio di due strade, tra le più importanti della valle trevana. Ci riferiamo alla vecchia strada che da La Bruna (nel comune di Castel Ritaldi) porta alla località Faustana e ad un antico tracciato (diverticolo) della via Flaminia, “tanto antico e da tanto tempo abbandonato che se ne era persa memoria”.

La prima seguiva il limite settentrionale di quello che nell’antichità era considerato un bosco sacro, sacralità codificata in una pietra scolpita, riportante la legge del bosco, ritrovata nel 1913 a Picciche. La strada collegava gli antichissimi tracciati di valico ai due lati della valle. Da ovest e sud-ovest vi pervenivano gli itinerari che attraversavano i Monti Martani, collegati all’altro ramo della via Flaminia; da nord-est, le vie di comunicazione con Trevi, con la Valle del Menotre e la Via della Spina.

Della seconda riportiamo alcune notizie che abbiamo avuto modo di scoprire leggendo la pagina dedicata a Sant’Apollinare sul sito della Pro Trevi, che invitiamo tutti a ‘visitare’, curato da Franco Spellani, autore delle note che seguono: “Fino a trenta anni fa si sapeva che l’antica Flaminia scorreva rettilinea da Spoleto a Pié di Beroide, da dove deviava poi a nord est, verso Trevi, per portarsi a scavalcare il Clitunno al ponte di Faustana. Solo nel 1965 uno studioso dell’Istituto Geografico Militare, dall’esame delle fotografie aeree ha individuato la traccia di un’antica strada che da Pié di Beroide proseguiva in linea retta lungo il fosso La Viola fino a Pietra Rossa dove sorgeva l’antica Trevi del Piano. Questo ipotetico tracciato fu forse adoperato in alternativa all’altro quando lo permettevano le condizioni del fondo valle, spesso inondato dal Marroggia e fino a quando la palude non si riappropriò del terreno. Ma, sebbene chiaramente rivelato dalla foto aerea, come affermato dal suo scopritore, aveva bisogno di una concreta conferma sul terreno. Una prima conferma ci può venire dalla toponomastica, poiché il fosso La Viola può essere stato così chiamato perché scorreva in prati ricoperti di fiori di tal nome, ma sembra più probabile che venisse chiamato Fosso della Viola perché scorreva vicino ad una strada minore ormai in disuso. Infatti il suffisso -olo (al femminile -ola) forma il diminutivo, nella lingua latina come nella nostra e pertanto viola potrebbe essere stato usato come diminutivo di via, sostantivo latino propriamente traducibile in italiano con il termine strada. Ma un’ulteriore e decisiva conferma viene dal grandioso monumento sepolcrale i cui resti sono conservati nella cortina muraria di Sant’Apollinare, poiché le tombe romane giacevano lungo le strade e una tomba così imponente fu eretta verosimilmente presso una strada importante: la Via Flaminia, appunto.”

Concludiamo con una riflessione: Sant’Apollinare è una piccola chiesa, in pochi la conoscono e passerebbe certo inosservata se non spiccasse così solitaria tra i rettilinei corsi d’acqua della bonifica planiziale e le polverose strade rurali della campagna trevana. Eppure, un’analisi attenta, di cui abbiamo riportato brevi cenni, ci dimostra come in queste poche pietre si racchiudano tesori inestimabili per l’epigrafia classica e spunti appassionanti per ricostruire i più antichi percorsi della nostra viabilità, in parte ormai perduta. ‘Leggere’ con attenzione certi segni del nostro territorio può, dunque, rivelarci spezzoni affascinanti del nostro passato, del quale solo in apparenza sembra oggi scomparsa ogni traccia.

Note bibliografiche
  • TREVI DE PLANU
  • Natalucci D. Historia Universale dello Stato Temporale ed Ecclesiastico di Trevi 1745, A cura di Zenobi C., Ed. Dell’Arquata, Foligno 1985
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