Trevi

Punti di interesse

BOVARA - ABBAZIA DI SAN PIETRO

L’abitato di BOVARA con la splendida ABBAZIA DI SAN PIETRO, costruita nel XII secolo dai Benedettini. La chiesa attuale conserva l’impianto architettonico originario, mentre sono riferibili al restauro eseguito nel 1886 il portale, le bifore presenti ai lati dello stesso e la parte centrale del rosone. Internamente è a tre navate, con sopraelevazione centrale e due spioventi laterali.

Un’iscrizione ben visibile in alto, sulla facciata esterna, ci indica il nome dell’artigiano artefice della costruzione: ATTO SUA DEXTRA TEMPLUM FECIT(QUE) FENESTRAM CUI DEUS ETERNAM VITAM TRIBUATQ(UE) SUPERNAM [Atto con la sua mano destra fece il tempio e la finestra, al quale Dio conceda vita eterna celeste].

Nel tempo in cui Trevi rimase disabitata, a seguito della distruzione della città per opera del duca di Spoleto (1214), Bovara ebbe l’onore di ricevere la visita di san Francesco che qui giunse con il discepolo frate Pacifico.

Ne Le Memorie Francescane di Trevi di don Aurelio Bonaca leggiamo che si ha «speciale memoria» di quattro episodi della presenza di Francesco a Trevi:

  • la predica sulla piazza di Trevi, con l’aneddoto dell’asino impaurito che venne acquietato dal santo
  • la visita al lebbrosario di San Tommaso, situato lungo la vecchia SS Flaminia, in prossimità del bivio per la località
  • Pietrarossa, dove il santo si fermò a lungo prendendosi cura degli ammalati
  • l’episodio del carcerato liberato miracolosamente da fra’ Leone, discepolo di san Francesco
  • la preghiera nella chiesa di Bovara, con l’episodio della visione di frate Pacifico al quale una voce soave rivelò che il trono più bello dei cieli, che già fu di Lucifero, era ora riservato all’umile Francesco.

Assurta a grande splendore sotto la guida dei Benedettini, San Pietro di Bovara godette di grande prestigio e notevole potenza economica. Il terreno che noi calpestiamo percorrendo il tratto trevano del Sentiero degli Ulivi era parte del suo immenso patrimonio, che si estendeva fino alle prime pendici dei monti Martani. Nel basso Medioevo i monaci iniziarono a reimpiantare l’olivo sui colli e a bonificare i terreni paludosi della valle, che divennero fertilissimi. La strada, che costeggiava il lato meridionale del recinto dell’abbazia e proseguiva verso valle, scavalcava il fiume Clitunno con un ponte che ancora oggi è ricordato come ‘ponte di San Pietro’. La chiesa e l’abbazia, incamerate dal Comune a seguito della soppressione napoleonica degli ordini religiosi, furono concesse con tutti i relativi beni alla famiglia Adler Martinez per onorare vecchi debiti. Essendo ancora oggi di proprietà privata, sia il magnifico chiostro sia i locali annessi, in gran parte databili al XVI secolo, sono purtroppo interdetti ai visitatori.Vari reperti archeologici rinvenuti in zona rivelano la presenza di antichi insediamenti. Di straordinario interesse è la ‘stele di Bovara’ trovata nelle vicinanze e ora conservata nel complesso museale di San Francesco a Trevi.

CHIESA DI SANT’ARCANGELO

La CHIESA DI SANT’ARCANGELO è presente al limitare tra il bosco e la collina olivetata, tra le frazioni di Bovara e Pigge: la possiamo raggiungere da Trevi, seguendo il Sentiero degli Ulivi. È una chiesa di antica memoria, tanto da essere citata nei ‘brevi’ di Alessandro III, nel 1177, come dipendenza dell’abbazia di San Pietro di Bovara; l’intitolazione a san Michele Arcangelo rivela una possibile origine longobarda. In origine era un sacro edificio simile alle altre chiese romaniche del territorio. Divenne particolarmente importante per l’apparizione della Madonna a una pastorella, nel 1646. A seguito di questo episodio miracoloso la chiesa divenne meta di tantissimi fedeli, tanto che il Comune dovette intervenire per ingrandire la strada di accesso. Risale al 1656 l’iniziativa del Comune di Trevi di effettuarvi un’importante processione votiva, inizialmente legata alla liberazione dalla peste che aveva a lungo flagellato l’intero territorio. Nel corso dei secoli Sant’Arcangelo fu ingrandita e più volte rimaneggiata, così che della chiesa originale restano solo la facciata, il modesto portale e la parete settentrionale. La struttura attuale è a sala unica con copertura a botte.
Sull’altare maggiore sono ancora leggibili i resti di un affresco di scuola umbra databile al XV secolo: raffigura una Madonna con Bambino, forse attribuibile a Bartolomeo da Miranda.

MADONNA DI SANT’ARCANGELO

Non lontano dalla chiesa, ricordiamo un’antica edicola votiva denominata MADONNA DI SANT’ARCANGELO. Fu edificata in corrispondenza di una piccola sorgente ed è forse reminescenza di un sito ove erano officiati riti pagani legati alla sacralità delle acque. Il manufatto sin dall’antichità fu un punto di riferimento importante per le popolazioni di questo territorio, tale da trarne origine lo stesso toponimo con cui ancora oggi è conosciuto questo luogo.

Per raggiungere Sant’Arcangelo compiendo un bel percorso, di grande respiro e notevole interesse ambientale e paesaggistico, ricordiamo l’itinerario n. 9 descritto nel volume Trevi quattro passi tra storia e natura e pubblicato sul portale www.treviambiente.it

CANNAIOLA

CANNAIOLA sorge al centro della pianura trevana. Occupa uno dei punti più depressi della Valle Umbra e ha vissuto direttamente le alterne vicende della bonifica di questa terra. Il toponimo stesso, Cannaiola, richiama alla memoria le canne o cannucce, abbondanti in questi luoghi ricchi di acque spesso stagnanti e che per questo rendevano l’area insalubre e infestata dalla malaria.Tale condizione era aggravata dall’abitudine di macerare la canapa in prossimità delle abitazioni. Consuetudine che è durata fino al 1854, quando gli abitanti di Cannaiola, proprio per prevenire le infestazioni di malaria che li stavano consumando, furono obbligati a utilizzare come maceratoi i corsi d’acqua che defluivano più a oriente, oltre il Fiumicello dei Prati.

Anche se l’etimologia del nome Cannaiola sembrerebbe avere l’origine da noi descritta, non possiamo sottacere che potrebbe, invece, derivare dal termine canale (‘canaiola’ o ‘canaviola’).

Oggi in questo territorio residuano alcuni piccoli stagni, sicuramente interessanti da un punto di vista naturalistico. Passando lungo la valle è facile osservare aironi bianchi (Ardea alba L.) e cenerini (Ardea cinerea L.) e, più raramente, candide garzette (Egretta garzetta L.) [www.birdlife.org/datazone, 2015].

Tra gli altri uccelli avvistati nelle nostre piccole aree palustri ricordiamo il falco di palude (Circus aeruginosus L.), la pantana (Tringa nebularia Gunnerus), la folaga (Fulica atra L.) e soprattutto la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus L.), frequente anche lungo i corsi d’acqua vallivi.

Questi avvistamenti pongono in grande evidenza l’importanza che può assumere per tutta la Valle Umbra meridionale la salvaguardia delle aree paludose residuali, che possono confermarsi punti di sosta e riparo per diverse specie migratorie.

L’importanza delle piccole zone palustri vallive è legata anche alla presenza, in Umbria, di un’area protetta di grande rilevanza naturalistica: la palude di Colfiorito,‘patrimonio dell’umanità’ secondo la dichiarazione della Convenzione Internazionale di Ramsar. In questo specchio d’acqua degli Altipiani Plestini, nel cuore dell’Appennino, nidificano oltre 90 specie di uccelli sulle circa 200 specie rilevate come presenza [www.treviambiente.it, in collaborazione con LIPU – Umbria].

A meridione dell’abitato, lungo la strada che conduce a Picciche, sono ancora visibili i resti delle antiche mura del castello di Cannaiola.

Al centro del paese, su un terrapieno opportunamente predisposto per evitare eventuali allagamenti, si erge la chiesa parrocchiale un tempo dedicata a san Michele Arcangelo, oggi eletta santuario del beato Pietro Bonilli, elevato agli onori degli altari da papa Giovanni Paolo II il 24 aprile 1988. L’inizio della costruzione della chiesa è datato intorno al 1602, ma nel corso degli anni è stata più volte ampliata e rimaneggiata e oggi presenta interni in stile barocco. Nel 1606 fu completata l’edificazione del campanile, di forma quadrata, che ha mantenuto inalterata nel tempo la sua struttura originaria e costituisce, quindi, un interessante esempio dell’architettura di quel periodo. Sul lato destro, per chi entra nella chiesa, è posto il simulacro di san Marice, martire romano e co-protettore di Cannaiola dal lontano 1647. Sulla parete di sinistra della chiesa troviamo un crocefisso ligneo in stile barocco. Dal 1998 il santuario accoglie le spoglie mortali del beato Pietro Bonilli [T. Ravagli, G. Filippucci, A. Paggi 2001].

ACQUEDOTTO MEDIEVALE DI TREVI

LACQUEDOTTO MEDIEVALE DI TREVI: per conoscere questa opera e portarci facilmente in prossimità dell’olivo segnalato nella scheda ‘Carambone’, suggeriamo un percorso che parte e torna nel capoluogo municipale seguendo per un lungo tratto i resti del vecchio condotto. Usciamo da Trevi passando per via Orti degli spiriti, sino a incontrare la SP nota localmente come ‘Panoramica’; la percorriamo per un tratto in leggera discesa. Dopo circa 200 m, in alto, sull’erto versante olivato notiamo i resti della ex chiesa di Santa Caterina. Proseguiamo in discesa per altri 100 m circa, per poi imboccare una stradina, in leggera salita, sulla sinistra: è la Vicinale dei Condotti che percorriamo fino a incrociare la strada comunale che sale da Bovara. La prendiamo in salita e raggiungiamo la chiesa di Sant’Arcangelo (1 ora). Passiamo davanti alla chiesa e continuiamo in discesa sino a incontrare una strada poderale in prossimità di una casa; qui svoltiamo a sinistra fiancheggiando l’abitazione. Proseguiamo e giungiamo in breve a Fulcione (da Sant’Arcangelo, 15 minuti). Da qui abbandoniamo il segnavia del Sentiero degli Ulivi. Giriamo a destra per la località Carambone, in prossimità della quale, grazie alle coordinate geografiche (sistema WGS 84) della scheda online, compiamo la deviazione per visitare l’oliveto storico descritto nella scheda omonima. Continuiamo a scendere e, percorse poche centinaia di metri, prendiamo ancora a destra una carrareccia ben evidente che attraversa il versante olivato. Ben presto ci accorgiamo che la stradina che stiamo percorrendo segue un altro tratto del vecchio acquedotto medievale. Con questo tracciato giungiamo nuovamente alla Vicinale dei Condotti e, in breve, a Trevi.

Il percorso proposto ci permette di osservare un numero davvero considerevole di olivi ultracentenari e di ammirare una vista mozzafiato sulla città di Trevi [Dati itinerario (di puro riferimento): lunghezza 8,5 km, dislivello in salita +320 m, tempo di percorrenza 2 ore e 45 minuti; www.montagneaperte.it; www.treviambiente.it; www.zonambiente.it].

Alcuni cenni storici sull’acquedotto medievale di Trevi: l’opera fu probabilmente realizzata intorno alla metà del XIII secolo; il condotto, lungo circa 4 km, raccoglieva le acque di diverse sorgenti. A valle della ex chiesa di Santa Caterina, queste erano raccolte in una grande conserva sotterranea, da cui erano conduttate alla cisterna principale della città.

L’acquedotto fu oggetto nel tempo di vari restauri conservativi e diverse modifiche; assolse, comunque, alla sua funzione sin dopo la Seconda guerra mondiale [O. Stefanucci 1996; www.protrevi.com; www.treviambiente.it].

PICCICHE

PICCICHE è una piccola frazione, ubicata tra Cannaiola e Castel San Giovanni, ai lembi sud occidentali del comune di Trevi. Ebbe origine, probabilmente, nel XVI secolo: il Piccolpasso scrive, infatti, che al suo tempo il luogo era nuovo, fatto alla creazione di papa Leone X, e che, tra contado e paese, si contavano 40 fuochi. Nella Historia… di Trevi di Durastante Natalucci leggiamo che il castello fu costruito nel 1516 per salvaguardare gli abitanti del luogo dalle incursioni degli Spoletini. Il castello originario, di cui oggi non resta quasi nulla, aveva forma di rettangolo sghembo, con ingresso a occidente.

Di particolare interesse è sicuramente la chiesa parrocchiale dedicata a santo Stefano, realizzata prima del castello, come testimoniato con certezza dalla presenza di un affresco del 1510, dipinto sulla parete sinistra, opera della bottega del Melanzio, forse del nipote Febo. Su un muro di questa chiesa, l’archeologo spoletino Giuseppe Sordini rinvenne un cippo con un’iscrizione in latino arcaico, risalente alla fine del II o III secolo a.C. Si tratta di un blocco calcareo con incisa la così detta Lex spoletina o Lex lucaris: «Nessuno violi questo bosco né trasporti né porti via ciò che è bosco né tagli fuorché nel giorno in cui si farà il sacrificio annuo. In quel giorno, purché si faccia per causa del sacrificio, sia lecito tagliare senza colpa. Se qualcuno lo avrà violato, offra a Giove un sacrificio espiatorio con un bue e ci siano per quel sacrificio 300 assi di multa e l’esazione della multa spetti al consacrante». Questo bosco occupava una superficie piuttosto ampia; forse è lo stesso bosco al quale fa cenno Plinio il Giovane nella sua lettera all’amico Romano «[…] Ai piedi di un piccolo colle, coperto di cipressi assai folti, sgorga una sorgente […]».

Parlando di alberi, e di boschi sacri nell’antichità, ricordiamo che il cipresso ha sempre rivestito per l’umanità un ruolo speciale, quasi sacrale, e la fitta presenza di questa specie arborea nel bosco ivi ubicato è indice ulteriore della religiosità insita in quei luoghi silvani, oggi perduti. Lo stesso bosco, pur ridotto arealmente rispetto alla sua estensione originaria, è molto probabilmente quello descritto da Durastante Natalucci quando, tracciando i confini del Terziere del Piano, ci narra di una selva che si protende fino ai confini di Spoleto e Montefalco [www.treviambiente.it].

UNA DELLE PIÙ BELLE EDICOLE DELLA VALLE FOLIGNATE-SPOLETINA - EDICOLA DI CASA BONILLI

All’interno dell’abitato di Picciche, lungo via Tatarena, troviamo UNA DELLE PIÙ BELLE EDICOLE DELLA VALLE FOLIGNATE-SPOLETINA: una piccola cappella, un tempo praticabile, successivamente chiusa con un parapetto per salvarla dalle ricorrenti inondazioni del torrente. All’interno fa ancora bella mostra di sé un affresco opera di un pittore minore, noto come il pittore di Azzano, che dipinse altre immagini nella valle. L’affresco di Picciche risale alla prima metà del XVI secolo; vi sono raffigurati la Madonna con il Bambino e due angioletti che ne sorreggono la corona. Sulla volta vi è il Cristo risorto e ai lati i santi Antonio abate, Stefano, Rocco e Sebastiano [F. Spellani,‘Picciche, via Tatarena’, Edicole sacre nel territorio della Comunità montana dei Monti Martani e del Serano, 2008].

Un’altra bellissima edicola, di cui suggeriamo la visita, è l’EDICOLA DI CASA BONILLI a San Lorenzo. In un nicchione praticabile è presente un altarino inserito nel muro prospiciente la vecchia strada per Castel San Giovanni. La casa che ospita l’edicola appartenne ai nonni del beato Pietro Bonilli. A sinistra è l’affresco più antico, la Madonna con Gesù Bambino benedicente e un santo (XV secolo); a destra sono raffigurati san Sebastiano e sant’Antonio abate, in alto vi è dipinta l’immagine di Gesù benedicente. Sulla parete di fondo, infine, è l’affresco più tardo, raffigurante la Sacra Famiglia (XVIII secolo) tanto cara al beato trevano [F. Spellani,‘San Lorenzo, casa Bonilli’, Edicole sacre nel territorio della Comunità montana dei Monti Martani e del Serano, 2008]. Nelle immediate vicinanze vi è ancora radicata una delle piantate residuali che fanno parte dell’itinerario delle piantate della valle trevana proposto in questo lavoro.

CANAPINE

Le CANAPINE sono una stretta striscia di terra compresa tra Borgo Trevi e il fiume Clitunno.

L’acqua del fiume, fresca e limpida, si insinua nei numerosi fossi camperecci e viene utilizzata per l’irrigazione del terreno che in questa zona è profondo, ricco di humus e quindi fertilissimo, adatto a colture particolarmente esigenti, come la canapa che, in un tempo che si perde ormai nella storia, veniva qui coltivata e da cui, probabilmente, prende origine il toponimo del posto. Quest’area ristretta è da tempo immemorabile utilizzata per le produzioni ortive, che qui vengono ancora effettuate con metodi rispettosi dell’ambiente da parte di tanti ortolani che lavorano la loro terra con la stessa dedizione con cui coltiverebbero l’orto di famiglia.

La coltura orticola più interessante di questa zona è sicuramente il Sedano nero di Trevi che, seppure prodotto in quantità molto limitata, come coltivazione tipica locale alimenta una nicchia di mercato molto interessante che trova la sua massima espressione nella Mostra Mercato che si tiene nel capoluogo la terza domenica di ottobre. La particolarità di questo ortaggio è che si tratta di un ecotipo selezionatosi localmente, con particolari caratteristiche genetiche, aromatiche e organolettiche e quindi di grande pregio gastronomico [T. Ravagli, G. Filippucci, A. Paggi 2001; www.treviambiente.it].

CHIESA DI SANTA MARIA PIETRAROSSA

La CHIESA DI SANTA MARIA PIETRAROSSA sorge nei luoghi ove si tramanda la presenza della ‘Trevi de planu’; è un edificio tardomedioevale (fine XIII, inizio XIV secolo) con alcuni elementi architettonici che potrebbero indicarci una datazione più antica. La presenza di reperti tratti da edifici romani si spiega con l’usanza, diffusissima nel Medioevo, di impiegare pezzi di vecchie costruzioni per la realizzazione di nuove. Il portico, largamente ristrutturato nel 1956, può risalire al XV secolo e alla fine del secolo successivo data il campanile aggiunto in fondo alla navata destra. La costruzione è piuttosto irregolare e asimmetrica, con vasti restauri dovuti, tra gli altri, ai danni del terremoto del 1832 e alle devastazioni della Seconda guerra mondiale.

La presenza del grande porticato è da collegarsi alla necessità di ospitare un gran numero di persone che convenivano in questo luogo sia per motivi religiosi sia sociali. Aveva il compito di accogliere fedeli e non fedeli in una sorta di area neutra. Presso Santa Maria Pietrarossa, che sorgeva lungo un’importante via di comunicazione, si svolgevano fiere e mercati, tra cui la Fiera di San Giovanni ripresa nel 2014, in occasione della riapertura della chiesa dopo la crisi sismica del 1997-1998.

Un elemento di curiosità della struttura risiede nel nome ‘Pietrarossa’, legato alla pietra di colorazione rossiccia che si trova incastrata nel secondo pilastro a destra, entrando nella chiesa: un blocco lapideo della misura di circa 64 42 14 cm, con un foro centrale. La devozione di un tempo riconosceva a tale pietra virtù terapeutiche. Solo dopo aver compiuto una definita serie di atti devozionali si poteva attingere l’acqua dal pozzo di San Giovanni per berla e fare lavaggi purificatori [T. Ravagli, G. Filippucci,A. Paggi 2001].

POZZO DI SAN GIOVANNI

Il POZZO DI SAN GIOVANNI è citato in molti testi antichi per le sue acque taumaturgiche. In prossimità di questo pozzo, nel locale campo sportivo comunale, nel 2015 è stata avviata un’importante campagna di scavi archeologici che sta portando alla luce resti di grande interesse della storia romana e altomedievale di questi luoghi.

ACQUA DELLE CENTO ERBE o ACQUA DI SAN GIOVANNI

In occasione della festa di San Giovanni (24 giugno) le fanciulle solevano rinfrescarsi e profumarsi con un’acqua speciale, preparata per l’occasione: l’ACQUA DELLE CENTO ERBE o ACQUA DI SAN GIOVANNI.

Il giorno che precedeva la festa, le giovani donne, quelle nubili in particolare, raccoglievano fino a cento erbe differenti, scelte tra quelle aromatiche e profumate che nei giorni del solstizio d’estate sprigionano al massimo i propri effluvi.Tra queste non mancavano petali di rosa, fiori e foglie di lavanda, fiori d’iperico (erba di San Giovanni), biancospino, fiori di ginestra, artemisia, ruta, corbezzolo, i profumi dell’orto (rametti di salvia e rosmarino, menta, timo, basilico, maggiorana, alloro, finocchio selvatico…), noci, fiori di tiglio e così via, fino a raggiungere le cento varietà. Dopo la raccolta, mettevano le erbe a macerare nell’acqua fresca e lasciavano il tutto sulla finestra per consentire al santo, nottetempo, di benedire il prodotto così ottenuto e alla rugiada mattutina di donargli una freschezza ancora maggiore. Di buon mattino filtravano il composto, ricavandone un liquido aromatico e fragrante. L’acqua odorosa e benedetta era usata da tutta la famiglia per lavarsi nel giorno del santo titolare ed era utilizzata in particolare dalle giovani donne per tergersi e profumarsi.

Per San Giovanni, infine, si raccoglievano le noci ancora verdi per preparare il nocino secondo ricette tramandate di madre in figlia: un liquore digestivo dal sapore gradevole e intenso [T. Ravagli, G. Filippucci, A. Paggi 2001; www.treviambiente.it; Fiera di San Giovanni 2014].

PIGGE

PIGGE è una frazione del Comune di Trevi. Di particolare interesse è la chiesa ex parrocchiale dedicata a san Bernardino da Siena (XVI secolo circa), sita in località la Cura, a monte dell’abitato, ove è ubicato anche il cimitero che l’ha praticamente inglobata. Dal sito siusa.archivi.beniculturali.it riportiamo che: «Fu eretta a parrocchia nel 1571 per l’annessione di altre più antiche, tra cui quella di Sant’Arcangelo». Ricordiamo che il nome Pigge (Lapigge) deriva dal latino lapidea, toponimo che potrebbe indicare la presenza di un ponte di pietra, Pons lapideus, sul fiume Clitunno, così chiamato probabilmente perché si trattava dell’unica struttura in pietra tra altre di legno.

CHIESA TONDA

Nella zona a valle della vecchia SS 3 Flaminia sorge la così detta CHIESA TONDA (in realtà si tratta di un edificio a pianta ottogonale), denominata Santa Maria del Ponte, completamente ricostruita nel XVI secolo. Fu eretta intorno a una edicola votiva, in memoria di eventi ritenuti miracolosi e attribuiti all’intercessione dell’immagine della Madonna qui riprodotta.

EDICOLA VOTIVA

In località Pigge, nella parte collinare della frazione, annotiamo la presenza di una bella EDICOLA VOTIVA del XVII secolo. Si tratta di un’antica cappella praticabile con copertura a capriata; all’interno è ancora ben visibile un affresco con al centro la Madonna con Bambino e ai lati san Paolo e sant’Antonio [F. Spellani,‘Pigge (scheda 660)’, www.edicolesacre.montagneaperte.it; F. Spellani,‘Pigge’, Edicole sacre nel territorio della Comunità montana dei Monti Martani e del Serano, 2008].

Nell’edicola è riportata la seguente iscrizione:

S. PAVLVS AS – S.ANTONIVS PAVS

[PA]OLO CECHINI FECE / [F]ARE QVEST OPER[A] / 1654

PASCOLI SOMMITALI DEI MONTI SERANO E BRUNETTE

I PASCOLI SOMMITALI DEI MONTI SERANO E BRUNETTE: SIC-ZSC, codice IT5210047,‘Monti Serano e Brunette’.

Il sito si estende per circa 1692 ettari nei Comuni di Campello sul Clitunno, Sellano e Trevi, a quote comprese tra 1100 m e 1429 m s.l.m., punto più alto del territorio. Quest’area interessa un complesso montuoso calcareo, situato ad oriente dell’abitato di Trevi e a settentrione di Campello sul Clitunno, costituito dai monti Pradafitta (1261 m), Cammoro (1273 m),Vergozze (1331 m), Carpegna (1354 m), Brunette (1421 m) e Serano (1429 m), che verso meridione chiudono l’alta valle di Pettino.

Il sito rappresenta uno dei più interessanti complessi montani, forestali e pascolivi dell’Appennino calcareo umbro. In particolare, ne ricordiamo gli aspetti botanici più significativi:

  • le faggete, talvolta con abbondante presenza di Ilex aquifolium L., governate (in ampi settori) a fustaia. Queste sono circondate, nelle parti più elevate, da vaste praterie montane aride e semimesofile a Bromus erectus (Asperulo purpureae-Brometum erecti e Brizo mediae-Brometum erecti), ben conservate e molto ricche di specie
  • i boschi di Quercus cerris L., dell’ordine Quercetalia pubescentipetraeae, i boschi cedui di Ostrya carpinifolia Scop., dell’associazione Scutellario columnae-Ostryetum carpinifoliae
  • nelle aree pianeggianti più elevate, oltre i 1000 m di quota, sono diffusi numerosi lembi di prati-pascoli, inquadrati nell’alleanza Arrhenatherion.

Tra le specie floristiche più interessanti, oltre a diverse entità endemiche e a varie specie di orchidacee, si segnalano Colchicum bulbocodium subsp. versicolor (Ker. Gaul.) K. Perss., liliacea considerata molto rara a livello nazionale, e Astragalus vesicarius L. subsp. vesicarius, entità importante per la sua rarità a livello regionale e nazionale.

Per quanto riguarda le specie animali di interesse comunitario segnalate all’interno del SIC, tra gli uccelli di cui all’allegato I Direttiva 79/409/CEE ricordiamo il biancone, il falco pecchiaiolo, il succiacapre, il tottavilla e il calandro; tra i mammiferi di cui all’allegato II Direttiva 92/43/CEE citiamo il lupo, il ferro di cavallo maggiore e il ferro di cavallo minore, il vespertilio di Capaccini e il vespertilio maggiore.Tra gli anfibi e rettili di cui all’allegato II Direttiva 92/43/CEE annotiamo la presenza del tritone crestato, che è relativamente facile osservare in primavera nei fontanili di acqua perenne e nei laghetti montani che si stanno progressivamente naturalizzando.Tra gli invertebrati di cui all’allegato II Direttiva 92/43/CEE ricordiamo, infine, il cervo volante, il cerambice della quercia e il cerambice del faggio, noto anche come rosalia alpina, dalla splendida e inconfondibile livrea grigio-bluastra con macule nere e dai caratteristici ‘ciuffetti’ neri presenti sui segmenti delle antenne: Rosalia alpina L. è spesso considerata specie di riferimento nei progetti di conservazione ambientale e in campagne di censimento dati che prevedono il coinvolgimento di volontari per l’aspetto unico e particolare di questo coleottero xilofago [‘IT5210047 – Monti Serano-Brunette’, www.regione.umbria.it/ambiente/siti-di-importanza-comunitaria-sic].

CHIESA DI SANT’ANDREA

La CHIESA DI SANT’ANDREA è una piccola struttura rurale con resti di dipinti del XVI secolo; all’interno sono ancora visibili le immagini dei santi Rocco e Andrea.

Questa chiesa, come quella di San Pietro al Pettine, sorgeva lungo l’antica strada che scendeva da Trevi verso il piano.Vi sono state rinvenute interessanti epigrafi funerarie classiche, alcune delle quali sono conservate nel complesso museale di San Francesco a Trevi.

CHIESA DI SAN NICOLÒ

La CHIESA DI SAN NICOLÒ risale al XII secolo e presenta evidenti interventi posteriori. Nell’abside semicircolare si possono ammirare degli affreschi attribuiti al Mezzastris. Sulla parete di destra sono presenti degli affreschi della prima metà del XIV secolo, in particolare una Madonna con Bambino, datata da Silvestro Nessi e attribuita a un pittore conosciuto per gli affreschi in Santa Chiara di Montefalco e per questo denominato ‘Primo Maestro di Santa Chiara’.

Parte degli affreschi sono purtroppo compromessi dalla crescente umidità derivante, in particolare, dal cattivo stato di manutenzione del tetto.

CHIESA DI SAN PIETRO A PETTINE

La CHIESA DI SAN PIETRO A PETTINE è una struttura risalente all’XI secolo, attualmente di proprietà privata. Conserva pregevoli affreschi del 1525 attribuiti a Paolo Bontulli da Percanestro e un san Pietro di pregevole fattura, recentemente attribuito a Bartolomeo da Miranda (XV secolo).

CHIESA DI SANTA CATERINA

Lungo la strada che da Trevi sale al cimitero civico, gettando lo sguardo al monte si notano i resti dell’antica CHIESA DI SANTA CATERINA, recentemente restaurata: la potremo raggiungere dal capoluogo municipale con un breve percorso a piedi che ci conduce lungo la strada provinciale conosciuta localmente come ‘Panoramica’ e quindi salendo sino all’edificio con un comodo sentiero realizzato dalla Comunità montana dei Monti Martani, Serano e Subasio (2011). Santa Caterina fu edificata nei primi anni del XIV secolo e parzialmente demolita nel XIX secolo dalla Congregazione della Carità per impiegare le pietre nella costruzione dell’ospedale della città. Appartenuta al Comune di Trevi, ogni anno la magistratura comunale vi portava l’offerta di ceri votivi nel giorno della festa della santa titolare, giorno in cui per tradizione si dava inizio alla raccolta delle olive. La primitiva chiesa fu ampliata verso ovest e ornata con nuovi altari nel 1472; fu destinata nel 1571 ad accogliere la sepoltura degli appestati per la sua posizione esterna alla città. Per la scomoda ubicazione fu progressivamente abbandonata. Sulla parete di fondo dell’edificio si conserva un pregevole affresco del 1326. Negli Itinerari Spoletini di Ceccaroni e Nessi leggiamo che: «Si tratta di uno degli affreschi più interessanti e significativi del Trecento umbro, chiaramente attribuibile al Primo Maestro di ‘S. Chiara da Montefalco’». L’affresco rappresenta una grande Crocifissione, con le Marie, san Francesco, san Giovanni Evangelista e a lato santa Caterina d’Alessandria. Consigliamo la visita di Santa Caterina abbinandola a una bella passeggiata lungo il Sentiero degli Ulivi, godendosi, in particolare, il dolce cammino lungo la Strada dei condotti che passa a poche centinaia di metri da questo luogo [www.treviambiente.it].

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