Castel Ritaldi

A cura di Maria Romana Picuti
CASTEL RITALDI

l centro di Castel Ritaldi è una fondazione medievale collocata al margine sud-occidentale della valle Umbra, alle pendici settentrionali dei Monti Martani; nell’antichità la zona faceva parte del territorio dell’antica Spoletium, colonia fondata dai Romani nel 241 a.C. Il territorio è attraversato dalla via Tuderte, attuale Strada Provinciale n. 451, la strada che, allora come ora, univa Spoleto a Todi, passando per La Bruna e Bastardo, e che costituiva uno degli itinerari storici che in epoca antica mettevano in comunicazione i due bracci della via Flaminia: quello orientale per Spoleto e quello occidentale per Carsulae e Bevagna. Il territorio, fortemente antropizzato, si trova al centro di una fitta rete d’itinerari antichi, funzionale alla capillare distribuzione degli insediamenti (villaggi e fattorie), la cui concentrazione è testimoniata dalla presenza di necropoli o sepolture sparse. Importante ai fini della ricerca archeologica sono anche i numerosi toponimi di tipo prediale (dal latino praedium, fondo), che indiziano la presenza di altrettanti fondi e insediamenti, tramandando il nome dell’antico proprietario.
In questa zona, come in tutto il resto della valle Umbra, la regolare suddivisione dei campi e l’orientamento costante delle strade, dei fossi e delle siepi, ha permesso di riconoscere le tracce lasciate, più di duemila anni fa, dalla centuriazione romana, al momento dell’impianto della colonia di Spoletium e dell’apertura della via Flaminia. La centuriazione, come noto, consisteva in un’imponente opera di riassetto, regolarizzazione e pianificazione territoriale, che prevedeva la divisione delle terre in appezzamenti di uguale estensione e la distribuzione di essi tra i coloni.

La mappa del territorio con i luoghi di interesse archeologico censiti (clicca sul segnalino per aprire la scheda)

Alcune schede

San Quirico, iscrizione latina

Presso la località San Quirico, un bel complesso architettonico con annessa chiesetta dedicata al santo omonimo, nel 1876 Giuseppe Sordini, ispettore alle Belle arti di Spoleto, vide riutilizzato un cippo contenente una delle due copie della Lex luci Spoletina. L’altro esemplare venne scoperto, dallo stesso Sordini, nel 1913, nella chiesa di Santo Stefano di Picciche di Trevi, dove era stato utilizzato come materiale da costruzione. I due cippi, ora conservati nel Museo archeologico nazionale di Spoleto, sono realizzati in pietra calcarea e presentano un testo praticamente identico, databile al III secolo a.C. Collocati presso i confini settentrionali del territorio spoletino e per certo posti in relazione con l’istituzione della colonia di Spoletium, essi delimitavano un bosco sacro a Giove e riportavano nel testo le norme che ne regolavano l’accesso e l’utilizzo del legname. Questa la traduzione: “Questo bosco sacro nessuno profani, né alcuno asporti su carro o a braccia ciò che al bosco sacro appartenga, né lo tagli, se non nel giorno in cui sarà fatto il sacrificio annuo; in quel giorno sia lecito tagliarlo senza commettere azione illegale in quanto lo si faccia per il sacrificio. Se qualcuno (contro queste disposizioni) lo profanerà, faccia espiazione offrendo un bue a Giove; se lo farà consapevole di commettere azione illegale, faccia espiazione offrendo un bue a Giove e inoltre paghi 300 assi di multa. Il compito di far rispettare l’obbligo tanto dell’espiazione quanto della multa sia svolto dal dictator”.

Pieve San Gregorio, necropoli romana, reimpieghi

La pieve di San Gregorio sorge poco fuori del centro abitato di Castel Ritaldi, lungo la strada che porta a Colle del Marchese e, da lì, a Bastardo. La chiesa, di origine antichissima, vanta il titolo di pieve, che, ricordiamo, in epoca medievale stava a indicare le chiese dove poteva essere impartito il sacramento del battesimo; si distingue per la bella facciata decorata da un portale istoriato con cornici a motivi vegetali e figure simboliche. All’interno è murato un frammento di sarcofago del IV secolo, su cui sono raffigurati tre volti virili, e due epigrafi romane, riutilizzate, rispettivamente, come fonte battesimale e come mensa d’altare.

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