Montefalco

A cura di Maria Romana Picuti
MONTEFALCO

Montefalco è una fondazione d’epoca medievale e, in epoca romana, il suo territorio doveva essere diviso tra più centri.
La zona nord-occidentale apparteneva a Bevagna (Mevania) e quella più meridionale a Todi (Tuder), mentre più complesso, in assenza di confini naturali, è individuare i limiti per la zona prospiciente la valle Umbra, dove convergevano i territori di Spoleto (Spoletium), Trevi (Trebiae) e Foligno (Fulginia).
In epoca romana sulla collina di Montefalco esisteva un importante villaggio, sede di attività di tipo amministrativo (pagus), così come viene testimoniato dal rinvenimento di un’iscrizione menzionante il maronato, una magistratura attestata anche a Foligno, Assisi e Fossato di Vico, che, nei centri umbri, nel periodo precedente alla conquista romana, affiancava la carica suprema dell’uhtur, occupandosi in prevalenza di edilizia pubblica.
Nel caso dell’epigrafe in questione, poiché il documento risale al periodo augusteo, quando oramai Mevania era parte dello stato romano, è probabile che la carica di marone, pur conservando nel nome il ricordo dell’antica magistratura umbra, fosse ormai trasformata in sacerdozio.
Il territorio di Montefalco era lambito dal percorso occidentale della via Flaminia, che, dopo avere lasciato la zona di Bastardo, s’inerpicava lungo i fianchi delle colline verso Gaglioli, per poi ridiscendere in direzione di Bevagna.
Esso si presentava, allora come ora, particolarmente favorevole all’occupazione, così come attestato dal ritrovamento di numerose ville d’ozio, villaggi e fattorie.
Lungo la rete viaria d’epoca antica, in parte ricalcata da quella moderna, si disponevano le necropoli e i monumenti funerari, la cui presenza è testimoniata dai blocchi da costruzione e dalle iscrizioni riutilizzate nelle pievi medievali e nei casolari.
La pratica dell’incinerazione dei defunti, diffusa in tutta la valle Umbra alla fine del periodo romano repubblicano (II-I sec. a.C.), è testimoniata dalle urnette figurate; di queste è possibile vedere una bella serie riutilizzata sul muro esterno di casa Schiavoni a Montefalco, all’imbocco di corso Goffredo Mameli.
Nella frazione di San Luca, nei pressi del santuario della Madonna della Stella, porzione del territorio pertinente all’antica Spoletium, è particolarmente significativa la presenza di un luogo di culto dedicato alla dea Fortuna.
Questa è ricordata in un’iscrizione sacra della fine del II secolo a.C. con l’epiteto di Melior, “migliore”.
L’iscrizione, incisa su di un blocco ora riulilizzato alla base del campanile della chiesa del piccolo centro rurale, è stata dedicata, per grazia ricevuta, da Vetena, una donna il cui nome tradisce un’origine etrusca.
La provenienza, sempre da San Luca, di un bel capitello in travertino databile alla fine del I secolo a.C., ora conservato al Museo di San Francesco, testimonia la monumentalità del luogo sacro.

IL MUSEO DI SAN FRANCESCO

Presso l’ex chiesa di San Francesco è esposta una raccolta archeologica che conserva documenti epigrafici in lingua umbra e latina (altari, stele e cippi), una statua in marmo raffigurante Ercole (I-II secolo d.C.), un capitello in travertino proveniente da San Luca e una bella lastra in marmo con motivi vegetali, forse pertinente ad un monumento funerario dell’inizio del I secolo d.C.

La mappa del territorio con i luoghi di interesse archeologico censiti (clicca sul segnalino per aprire la scheda)

Alcune schede

Convento San Fortunato, insediamento romano

Nell’area del convento di San Fortunato sono stati più volte segnalati i ritrovamenti di strutture e di reperti archeologici mai indagati e documentati scientificamente.
Nel complesso sacro sono riutilizzati numerosi manufatti archeologici (colonne, sarcofagi, cornici) ed è conservata una piccola raccolta di materiale epigrafico d’epoca romana.
La tradizione sulla figura di Fortunato narra che, nel suo campicello, il santo rinvenne alcune monete d’oro e che Severo, il milite che costruì il primo nucleo della pieve, vi trovò un tesoro, notizie che testimoniano come, fin da allora, si avesse coscienza della presenza dei resti d’epoca romana noti archeologicamente.

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